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Wednesday, February 24, 2016

Review: Mistica ebraica: Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo

Mistica ebraica: Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo Mistica ebraica: Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo by Giulio Busi
My rating: 4 of 5 stars

… la Torah e’ come un sogno che chiede insistentemente di essere interpretato. (375)

In ogni espressione vi sono sentieri d’allegoria - non sono forse al sicuro nello scrigno della vita? (384)

Il titolo del libro è molto affascinante sebbene dopo ci si trova immersi / immischiati in qualcosa di incomprensibile per dei profani (l’idea era che dopo aver letto e riletto Meyrink, si poteva trovare ancora ‘qualcosa’ in questa antologia).

La mia valutazione positiva è legata solo al lavoro di traduzione e non tanto ai contenuti; sebbene, di nuovo ed anche qui, la traduzione e’ spesso un tradimento della tradizione (vedi Gadamer). (...e parlando di Cabbala che e’ essenzialmente tradizione).

Forse una lettura per addetti ai lavori.

Le lettere diventano parole che corrispondono a numeri e riproducono una immagine matematica del tutto. (... ed il sefardita Spinoza ci offriva e si limitava alla sola etica per noi poveri gentili!)
Parole con lo stesso valore numerico si coniugano per formare altre immagini o altre vie / sentieri.
Cosa conosciamo in fondo? Stante ai cabbalisti… ben poco!

… cuore del simbolismo cabbalistico: la convinzione che le lettere ebraiche siano la cifra del cosmo. (628)

I piu’ ‘leggibili’: I sette sentieri della Torah e Raccolta di detti. La porta dell’unita’ e della fede.

Alcuni brani:

Nell’immaginazione mistica, il cosmo trae origine, ancor prima che dalla voce, dallo sguardo divino che si posa sul libro che comprende ogni azione e ogni mondo. (VII)

La qabbalah richiede, per essere interpretata, intuito, preparazione e molta pazienza. Esige sincerità, e un silenzio interiore difficile da ottenere, ma è capace di ricompensare con generosità. Il dono che porta è quello di una quieta essenzialità, in grado di trascendere il fulgore delle apparenze e di avvicinarsi al mistero dell’essere. (XVI)

Nel pensiero giudaico, è dunque attraverso le lettere che si realizza l’efficacia creativa della lingua; l’alfabeto, nella sua stessa realtà materiale e grafica, è considerato lo strumento su cui si fonda la denominazione, ed è la lettera che tutela, garantisce e giustifica il potere della parola. Una consuetudine culturale molto radicata ci induce a considerare le parole come legittime e naturali custodi del significato, ma è impossibile comprendere la qabbalah se non si abbandona la fedeltà alla parola e non si abbraccia la causa delle lettere, poiché il cabbalista riconosce solo nella lettera la vera signora e dominatrice della lingua. (XXVI)

Il cabbalista non si interroga sulla provenienza storica delle parole, ma indaga su quali siano i nessi grafici, numerici e di significato che legano le lettere che le compongono. (XXX)

Che nel disegno delle lettere si trovi racchiuso un numero pressoché infinito di significati è la prima paradossale verità dell’ermeneutica cabbalistica. (XXXI)

Le sefirot (stadi del manifestarsi di Dio) danno origine all’incessante mutamento che trasforma ogni essere e ogni apparenza, e proprio in virtù di questa loro natura possono guidare il mistico verso il mistero della conoscenza. (LX)

E poi ancora: samek è la Torah, accanto alla quale stanno i Profeti e gli Agiografi, la Misnah, il commento, le norme, i racconti, le tradizioni e le aggiunte, come è detto: Pozzo che i principi hanno tagliato, che i nobili del popolo hanno aperto (Num. 21.18). Dove il pozzo non è altro che la Torah paragonata a un pozzo, come è detto: Pozzo di acque di vita (Cant. 4.15), che non è altro che la Torah, come è detto: Orsù, voi tutti assetati, venite all’acqua! (Is. 55.1). (134-5)

17. Rabbi Amora’y sedette e spiegò: per quale motivo la alef è in principio? Poiché essa precedette tutto, persino la Torah.
18. E perché le è vicina la bet? Poiché essa era all’inizio della creazione. Per quale motivo ha una coda? Per mostrare da dove proviene: v’é chi sostiene che a partire da lì sussiste il mondo. (155)

I sentieri rappresentano le “madri” delle vie, giacché il sentiero è madre della via, totalità e base da cui le vie si dipartono e si separano. I sentieri meravigliosi sono come le cavità situate entro il midollo dell’albero, mentre la sapienza ne è la radice: si tratta di essenze interne e sottili, che nessuna creatura può comprendere, tranne chi assorbe da essa: la via della contemplazione è infatti un assorbire, e non un conoscere discorsivamente. (218)

… dieci e non nove, giacchè il pensiero non concepisce di dare misura a ciò che è al di sopra della sapienza, se non attraverso la contemplazione, come è detto: devi intuire con sapienza. Intuire è un infinito: in quanto imperativo, devi intuire è rivolto alle sole persone in grado di comprendere. Non dice “intuisci la sapienza”, o “conosci la sapienza”, ma devi intuire con sapienza, poichè la sapienza giunge attraverso l’intelligenza, e l’intelligenza è la contemplazione nella sapienza: non la contemplazione della sapienza, ma il contemplare la contemplazione che è contenuta nella sapienza. (220)

Allo stesso modo, la sapienza diventa ignoranza per chi l’approfondisca al di la’ della propria comprensione. (239)

Io sostengo che il maggiore fra i filosofi delle nazioni, il principe dei filosofi - cioe’ Aristotele -, sapeva molto meno di quel che non si sforzi di apprendere il piu’ modesto dei nostri sapienti, … (393)

“I sapienti studiosi piu’ invecchiano e piu’ saggezza c’e’ in loro, come e’ detto: E’ negli anziani la sapienza e negli anziani la conoscenza; gli ignoranti, invece, piu’ invecchiano e piu’ diventano stupidi, come e’ detto: Toglie la favella ai loquaci, toglie il senno agli anziani”. (397)

… oggi mi resta solo la forza di rendere lode a colui che e’ degno della vera lode, per non avermi fatto donna e per non avermi fatto gentile. (408)

I mondi si trasformano di ora in ora, tanto che la successiva non e’ eguale alla precedente. Chi osserva il moto dei pianeti e delle stelle, e il mutare delle loro condizioni e posizioni, sa come cambino in ogni momento: a chi nasce in quell’attimo tocca una sorte diversa da quella riservata a chi e’ nato un istante prima: da questa osservazione egli deduce e comprende che i mondi superni sono in numero illimitato. Se tu aprirai gli occhi del tuo intelletto, capirai e realizzerai appieno che nel cuore dell’uomo non v’e’ sufficiente discernimento per intendere tutti i particolari… (589)

Ogni lettera e’ il flusso di una particolare energia vitale e di una forza individuale, e quando molte lettere si combinano per formare una parola, allora, oltre ai molteplici tipi di forze ed energie vitali che si diffondono, in accordo al numero di lettere contenute nella parola, vi e’ anche quella che le trascende tutte. Si tratta del fluire di una forza superiore e di una energia vitale generale, che contiene e bilancia tutte le diverse forze ed energie vitali individuali delle lettere, e tutte le trascende, le unisce e le combina assieme, per infondere vigore e vitalita’ al mondo creato, nel complesso e nelle singole parti, attraverso quella parola. (653)



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Saturday, February 6, 2016

Review: Romanzi: Una pagina d'amore. Il fallo dell'abate Mouret. Il piacere della vita.

Romanzi: Una pagina d'amore. Il fallo dell'abate Mouret. Il piacere della vita. Romanzi: Una pagina d'amore. Il fallo dell'abate Mouret. Il piacere della vita. by Zola Émile
My rating: 5 of 5 stars

IL FALLO DELL’ABATE MOURET

Niente trascende l’umanita’, tutto nasce dall’ambiente, dal “terreno”, cosi’ per le piante come per l’uomo. (prefazione di Ottavio Cecchi, xiv)

Al sole meridiano, la casa, con le persiane chiuse, pareva addormentata in mezzo al ronzio dei mosconi, che salivano lungo l’edera fino al tetto. Una pace beata inondava quella rovina assolata. (271)

Si’, io (Mouret) nego la vita, io dico che la morte della specie e’ preferibile all’abominazione continua che ci vuole per propagarla. La colpa insozza tutto. E’ un puzzo universale che sciupa l’amore, avvelena la camera degli sposi, la culla dei neonati,e perfino i fiori che si schiudono al sole e gli alberi che lasciano scoppiare le loro gemme. La terra nuota in questa impurita’, le cui gocce piu’ piccole si tramutano in vergognose vegetazioni. (331)

Altre volte, credendolo addormentato, Albine spariva per delle ore; e quando tornava lo trovava con gli occhi lustri per la curiosita’, divorato dall’impazienza. Le gridava:
“Da dove vieni?”
La prendeva per le braccia, le annusava le sottane, la camicetta, le guance.
“Tu sai odore di mille cose buone. Dimmi? Hai camminato tra l’erba.”
Lei rideva e gli mostrava gli stivalini fradici di brina.
“Tu vieni dal giardino! tu vieni dal giardino” ripeteva incantato. “Lo sapevo. Quando sei entrata, parevi un gran fiore… Mi porti tutto il giardino nelle tue vesti.” (343)

Certamente l’albero tanto cercato, la cui ombra dava la felicita’ perfetta, doveva trovarsi li’. Ne sentivano la vicinanza dall’incanto che scorreva dentro di loro nella penombra delle volte slanciate. Gli alberi apparivan loro come creature buonissime, piene di forza, piene di silenzio, piene d’una felice immobilita’. Li guardavano a uno a uno, li amavano tutti, aspettavano dalla sovrana tranquillita’ qualche confessione che li facesse diventar grandi com’essi, nella gioia di una vita possente. Gli aceri, i frassini, i carpini, i cornioli, erano un popolo di colossi, una moltitudine di una dolcezza superba, dei buoni uomini eroici che vivevano della pace… (393)

Era il giardino che aveva voluto il fallo. Per delle settimane s’era prestato al lento sviluppo dei loro affetti. (420)

(Mouret) “Ho pensato spesso ai santi di pietra che si incensano da secoli nel fondo delle loro nicchie” disse lui sottovoce. “A lungo andare debbono essere tutti impregnati d’incenso, ed io, io sono come uno di quei santi. Ho dell’incenso sin nell’ultima piega dei miei organi. E’ questa imbalsamazione, che forma la mia serenita’, la morte tranquilla della mia carne, la pace che gusto a non vivere… Ah! che nulla mai mi distolga dalla mia immobilita’! Rimarro’ freddo, rigido, con l’eterno sorriso delle mie labbra di granito, incapace di discendere fra gli uomini. Questo e’ l’unico mio desiderio.” (510)


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